Bernardo Bertolucci, l’ultimo ribelle

“Mio padre mi insegnava a vedere il cinema, a capire il cinema, ad amare il cinema. Il mio amore per il cinema dipende quindi in gran parte dal suo amore per il cinema”. Se ad accompagnare Bernardo nell’immensità, nella profondità e nel pericolo di quell’oceano che è il Cinema è stato suo padre Attilio, a gettarmici con violenza invece è stato proprio lui, l’ultimo imperatore, l’ultimo regista ribelle, l’ultimo cineasta “realista e senza paura” e per farlo ha usato uno dei suoi film meno celebrati, meno conosciuti e forse tra i più controversi della sua filmografia, “The Dreamers”, lungometraggio tra arte, politica e incesto che ha lanciato Eva Green e Louis Garrel.

Non dimenticherò mai il giorno in cui, insieme alla mia amica Laura, siamo finite quasi per caso in quella sala cinematografica e la mia vita ha subito una vera e propria rivoluzione. Avevamo quindici anni, una domenica intera senza compiti e abbiamo deciso di andare al cinema, scegliendo l’unico film che ci ispirasse un pò, almeno dalla trama striminzita offerta dal giornale del fine settimana. Inutile nascondersi dietro il palmo di una mano, anche noi da tipiche adolescenti, abbiamo ridacchiato di fronte a certe scene di sesso alle quali sicuramente non eravamo abituate, anche noi siamo arrossite davanti alla quasi ossessiva nudità dei personaggi e anche noi siamo tornate a casa sconvolte e imbarazzate dopo i titoli di coda. Eppure, per quanto durante la visione del film a dominarmi era stato il senso di inadeguatezza, una volta tornata a casa non riuscivo a smettere di pensare ad Isabelle e a Théo, al loro rapporto, alla loro sensibilità, alla loro relazione. Non riuscivo a smettere di farmi delle domande sul loro amico Matthew, sui loro genitori, sul clima di quel maggio del Sessantotto di cui prima non avevo mai sentito parlare. Non riuscivo a smettere di sognare pensando alle decine di riferimenti cinematografici con i quali giocano i protagonisti e, soprattutto, non riuscivo a fare a meno di ammettere che Isà era in qualche modo anche il mio ritratto, con le stesse passioni, gli stessi interessi, le stesse particolarità e la stessa fragilità. Il sesso, i baci, la masturbazione, tutti i dettagli che mi erano sembrati dominanti e un pò scabrosi durante la visione del film, nella mia testa si sono velocemente trasformati in “mezzi” utilizzati per svelare altro, e la nudità dei tre adolescenti si è rapidamente rivelata per quello che realmente è, la nudità delle loro anime, la nudità delle anime di molti giovani che si sentono persi, che forse alle loro spalle non hanno la solidità di una famiglia, o che si trovano in una società in fase di rottura o che, semplicemente, sono sensibili solo a causa della loro età e della scoperta, che devono ancora  terminare o, talvolta, ancora iniziare, di sé stessi.

“The Dreamers” è diventato, così, il mio film preferito, quel “racconto” che continui a rileggere e a riscoprire. E’ diventato l’oggetto della mia tesina di maturità, quando i professori hanno però preferito spostare più l’attenzione sullo sfondo politico sessantottino e sul ruolo dell’arte che si respira nell’appartamento parigino in cui si sviluppa quasi interamente la storia, e, tre anni dopo, della mia tesi di laurea, quando dai sognatori, sono passata ad un’analisi completa della filmografia del Maestro (perché, anche se lui odiava essere chiamato in questo modo, è quello che è stato per me e per molti altri), concentrandomi soprattutto sul ruolo delle giovani donne dei suoi “tormenti” , Jeanne, Isabelle e Lucy, protagoniste rispettivamente di “Ultimo tango a Parigi”, “The Dreamers” e “Stealing Beauty – Io ballo da sola”.

Le donne perché è in loro che mi sono sempre riconosciuta, che si trattasse della più semplice Stefania Sandrelli in “Novecento” o della criticatissima Maria Schneider, che fosse la timida Liv Tyler o l’enigmatica Tea Falco.

“Mi piace molto filmare le donne. Mi piace filmare i loro movimenti, il loro modo di camminare, di fare un gesto, di sorridere, o di piangere, o di gridare. Con loro, poi, c’è, il senso del vero parto. Ho sempre la sensazione di aiutarle a tirare fuori qualcosa che c’è dentro di loro, ma che non conoscono ancora”.

Quante volte avrei voluto scrivergli una lettera, parlargli al telefono, incontrarlo per potergli dire che, sì, tramite i suoi personaggi, la sua amicizia con Pasolini, le parole di suo fratello Giuseppe, i dialoghi regalati alle sue muse, le inquadrature perfette con cui ha incorniciato il volto delle sue donne, è riuscito, lungometraggio dopo lungometraggio, a farmi tirare fuori qualcosa di nuovo. Quanto avrei voluto ringraziarlo per avermi fatto scoprire anche gli altri registi o attori che ha citato o con i quali ha collaborato, da Truffaut a Godard fino a Fred Astair, Ginger Rogers e Marlene Dietrich. Quanto avrei voluto che sentisse la mia ammirazione verso il suo lavoro quando ho iniziato ad informarmi sugli eventi del fascismo nelle campagne italiane, sulle lotte studentesche del Sessantotto e su André Malraux, quando, ogni volta che sono passata davanti alla “Libertà che guida il popolo”, ho sorriso immaginando al centro del quadro la fotografia ritagliata di Marilyn Monroe, quando ho obbligato mia sorella a correre davanti a “Il giumento degli Orazi” al Louvre. Quanto mi sarebbe piaciuto poterlo intervistare e sentirlo canticchiare, a fine intervista: “La accettiamo una di noi, una di noi, una di noi”. Quanto avrei voluto che sapesse che, quando per caso ho incontrato Depardieu in una boulangerie delle Yvelines, invece che godermi il momento presente, mi sono guardata intorno per vedere se per caso, lui non fosse stato nei paraggi. Quanto avrei sperato che non finisse, ancora una volta, nel “rogo” di uno scandalo come quello che ha travolto il mondo del cinema con il movimento del #metoo, finendo ancora ingiustamente sotto accusa (e non voglio nemmeno più soffermarmi sulle bugie girate per anni attorno alla famosa scena del burro immaginata da Marlon Brando).

Forse è proprio per colpa di tutti questi “avrei voluto”, è proprio spinta da tutte queste speranze che nel 2012 ho deciso di andare a Parma e a Bussetto per incontrarlo, per visitare alcuni dei luoghi in cui è stato girato uno dei suoi capolavori che preferisco, “Novecento”. E, fallito questo primo tentativo, è stata con ancora più grande tenacia e testardaggine che, tesi di laurea sotto mano, sono tornata al Festival del Cinema di Venezia del 2013 per poterlo anche solo vedere. Niente proiezioni, niente red carpet, niente feste notturne. Per tre giorni mi sono appostata, in maniera effettivamente quasi inquietante, all’entrata dell’hotel nel quale sapevo che soggiornava e ho aspettato, aspettato, aspettato di poterlo vedere anche solo due minuti per potergli chiedere di autografare il mio sudato lavoro universitario e per ringraziarlo per avermi fatto scoprire il Cinema, per avermi regalato quella che ormai era diventata una delle mie passioni più grandi, un trasporto fatto di sceneggiature, inquadrature, musiche, sguardi, dettagli, insegnamenti. POESIA. Perché per me Bertolucci è stato proprio questo, il regista ribelle e perfetto che non ha avuto paura di utilizzare ogni mezzo, per trasforma storia, politica, religione, meditazione, cultura, società, amicizia, amore e sesso in poesia. E’ stato l’unico cineasta che per me ha saputo raccontare tutte le sfaccettature delle donne, l’unico che, pur non essendo padre, ha saputo spiegare l’importanza della famiglia per la formazione dei giovani e lo ha fatto con ognuno dei suoi film, senza aver paura di osare. Lo ha fatto con l’incesto de “La Luna”, con i soldi lasciati da dei genitori sconvolti in “The Dreamers”, con gli entusiasmi adolescenziali in “Prima della Rivoluzione”, con l’engagement politico delle paesane in “Novecento”, con la scoperta del sesso in “Stealing Beauty” e potrei continuare per ore.

Bertolucci sono riuscita ad incontrarlo, proprio lì, nella hall dell’hotel in cui l’ho aspettato a Venezia. Mi ha chiesto di fargli un pò di spazio perché non riusciva a passare con la carrozzina. Lo ha detto gentilmente, ma anche con un tono stanco. Avevo in una mano la reflex, nell’altra la copia della mia tesi e in bocca mille parole. Non me ne è uscita nemmeno una. Ho sentito il cuore in gola e non sono riuscita a pronunciare nemmeno una sillaba. Mi tremavano le gambe e le mani e non ho scattato nemmeno una fotografia. Mi sono spostata, gli ho fatto spazio e l’ho seguito, con un enorme sorriso, fino al tappeto rosso. Non seguito come una stalker, sia chiaro, ho semplicemente camminato vicino a lui, chissà se se ne sarà accorto. Quel che è certo è che, seppur senza esser riuscita in alcuno dei miei intenti, mentre camminavo al suo fianco, mi sono sentita in un sogno perché mi sembrava davvero di vivere il più grande privilegio esistente, perché ad ogni passo mi sentivo davvero come pervasa da tutti gli insegnamenti ricevuti dai suoi film, trasportata in tutti i posti in cui mi ha fatta viaggiare, dal deserto alla Cina, da Parigi al centro Italia, trasfigurata in tutte quelle donne che aveva fatto “partorire”.

Bertolucci è morto stamattina e io avrei ancora così tanto da dire su di lui. Queste poche parole che ho speso per quello che è stato sì, il nostro ultimo imperatore, il Maestro, l’ultimo regista ribelle, “un petit metteur en scène underground qui s’est infiltré dans le grand cinéma commercial pour foutre le désordre”, ma soprattutto l’uomo che ha cambiato la mia visione della vita, mi sembrano quasi ridicole, ma penso che quando si tratta di Artisti di questo calibro non siamo noi a dover scrivere di loro, ma la sola cosa che dobbiamo e possiamo fare è metterci da parte per far parlare le loro Opere, perché sono quelle a renderli immortali, ed è giusto così.

Sperando che la sua morte non porti ancora una volta alla ribalta tutti gli scandali dei quali è stato oggetto, ma che al contrario incuriosisca coloro che non lo conoscono ancora portandoli a perdersi nei suoi magnifici film, vorrei lasciarvi con una delle sue frasi più celebri dedicate al suo rapporto con i personaggi femminili a cui mi sono tanto affezionata e che, secondo me, spiegano al meglio l’ambiguità del regista, questa caratteristica per cui, se molti lo hanno amato, tanti altri lo hanno criticato (ma non è forse questo il vero Genio dell’uomo?):

“Filmo le donne perché tutti abbiamo una parte femminile in noi. A me piacciono le donne che hanno qualcosa di maschile e gli uomini che hanno qualcosa di femminile. L’uomo troppo macho non lo sopporto e nemmeno la donna troppo fatale. A me piace quando c’è qualcosa di ambiguo”.

… “I left the ending ambiguous, because that is the way life is”. (Bernardo Bertolucci)

Grazie Bernardo e scusami per la banalità delle mie parole, ma l’emozione non ha voce.

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